- Si crede che la violenza contro le donne sia un fenomeno poco diffuso. Invece è un fenomeno esteso, anche se ancora sommerso e per questo sottostimato. Sono moltissime le donne che hanno alle spalle storie di maltrattamenti ripetuti nel corso della loro vita.
- Si crede che la violenza verso le donne riguardi solo le fasce sociali svantaggiate, emarginate, deprivate.Invece è un fenomeno trasversale che interessa ogni strato sociale, economico e culturale senza differenze di età, religione e razza.
- Si crede che le donne siano più a rischio di violenza da parte di uomini a loro estranei. Invece i luoghi più pericolosi per le donne sono la casa e gli ambienti familiari. Gli aggressori più probabili sono i loro partner, ex partner o altri uomini conosciuti: amici, familiari, colleghi, insegnanti, vicini di casa.
- Si crede che solo alcuni tipi di uomini maltrattino la propria compagna. Invece, come molti studi documentano, non è stato possibile individuare il tipo del maltrattatore: non sono determinanti né razza, né età o condizioni socioeconomiche o culturali. I maltrattatori non rientrano in nessun tipo specifico di personalità o di categoria diagnostica.
- Si crede che la violenza non incida sulla salute delle donne. Invece la violenza di genere è stata definita dall'Organizzazione Mondiale della Sanità come un problema di salute pubblica che incide gravemente sul benessere fisico e psicologico delle donne e di tutti coloro che ne sono vittima. Si crede che la violenza verso le donne sia causata da una momentanea perdita di controllo. Invece la maggior parte degli episodi di violenza sono premeditati: basta solo pensare al fatto che le donne sono picchiate in parti del corpo in cui le ferite sono meno visibili.
- Si crede che i partner violenti siano persone con problemi psichiatrici o tossicodipendenti. Invece credere che il maltrattamento sia connesso a manifestazioni di patologia mentale ci aiuta a mantenerlo lontano dalla nostra vita, a pensare che sia un problema degli altri. Inoltre la diffusione della violenza degli uomini contro le donne esclude che il fenomeno sia da imputarsi a situazioni eccezionali o di devianza.
- Si crede che gli uomini violenti siano stati a loro volta vittime di violenza nell'infanzia. Invece il fatto di aver subito violenza da bambini non comporta automaticamente diventare violenti in età adulta. Ci sono infatti sia maltrattatori che non hanno mai subito o assistito alla violenza durante l'infanzia, sia vittime di violenza che non ripetono tale modello di comportamento.
- Si crede che alle donne che subiscono violenza "piaccia" essere picchiate, altrimenti se ne andrebbero di casa. Invece paura, dipendenza economica, isolamento, mancanza di alloggio, riprovazione sociale spesso da parte della stessa famiglia di origine, sono alcuni dei numerosi fattori che rendono difficile per le donne interrompere la situazione in cui si trovano.
- Si crede che la donna venga picchiata perché se lo merita. Invece nessun comportamento messo in atto dalle donne giustifica la violenza da loro subita ed inoltre gli episodi di violenza iniziano abitualmente per futili motivi.
- Si crede che i figli abbiano bisogno del padre anche se violento. Invece gli studi a questo riguardo dimostrano che i bambini crescono più sereni con un solo genitore piuttosto che in una famiglia in cui il padre picchia la madre.
- Il Comandante della Polizia Locale di Curtatone Cristiano COLLI, il Maestro Ciro Varone, responsabile Tecnico Nazionale Krav Maga Fesik e l' Istruttore Marco Ceccarini, Tecnico e docente Nazionale Police Krav Maga Fesik.
- Si è concluso presso la palestra Dojo Eleonora, il primo corso di antiaggressione femminile patrocinato dall'Associazione Nazionale della Polizia di Stato.
Prima di approfondire l’argomento sul bastone è necessario distinguere le armi tradizionali in diverse categorie:
Prima categoria della quale fanno parte le armi “nobili”, ovvero create con il preciso scopo di essere usate come tali. In questa categoria troviamo soprattutto armi con parti di metallo lavorato e affilato come per esempio le spade, le sciabole, le lance, le alabarde ecc. ecc.
Seconda categoria della quale fanno parte attrezzi che nascono con scopi diversi per esempio attrezzi agricoli o attrezzi per lavori artigianali che all'occorrenza potevano comunque essere una ottima arma facilmente reperibile. Si pensi ai classici due bastoni legati da catena
ndr: nunchaku in giapponese) che in realtà nascono per battere grano e riso oppure ad un semplice bastone che serviva a trasportare sulle spalle due secchi d’acqua caricati alle estremità ecc. ecc.
Terza categoria che è una via di mezzo fra le prime due, sono degli oggetti opportunamente elaborati e personalizzati per essere resi offensivi tipo oggetti metallici appuntiti, con lame affilate, attrezzi da lancio ecc. ecc. Questo fa capire che il concetto di “arma” non è una cosa del tutto scontata perché qualsiasi oggetto della vita quotidiana potrebbe essere un’ arma a seconda dell’uso che ne facciamo.
Il BASTONE
L’uso del bastone risale ai primordi della storia dell’uomo. Quindi resta molto difficile cercare di individuare quando e come fu utilizzato la prima volta come arma. Pertanto l’utilizzo di questo si è sviluppato contemporaneamente in luoghi diversi come in India, in Cina, in Giappone ed addirittura anche in Italia.
IL BASTONE IN CINA
In Cina, il bastone, chiamato Kun, è conosciuto come una delle quattro armi principali delle arti marziali, insieme al Dao (Sciabola), al Qiang (Lancia) e al Jian (Spada). Esistono diverse varianti importanti del Kun che sono utilizzate nelle arti marziali tradizionali cinesi, tra queste ci sono il Bang, il Chang Kun e il Shao Kun.
Il Bastone corto(Bang), nello Shaolin Quan viene utilizzato con una mano ed è propedeutico nell'apprendimento dell'uso della sciabola cinese (dao), oppure viene utilizzato come la mazza, tenuto con entrambe le mani e usato con movimenti di torsione per allenarsi, la sua altezza da terra arriva fino al “tan tien” del praticante, punto che nella medicina tradizionale cinese è collocato a circa due dita sotto l'ombelico (il baricentro del corpo).
Il Bastone medio (Kun) tradizionale è realizzato con il legno del ligustro cinese che ha la forma leggermente conica, la lavorazione prevede un periodo di invecchiamento sotto terra che contribuisce a rendere il bastone più flessibile e resistente, poi viene reso completamente liscio per favorirne l’impugnatura, la lunghezza è determinata in base all'altezza del praticante, e tipicamente deve andare da terra fino a circa l'altezza degli occhi. Le tecniche di bastone consistono sopratutto nel “colpire”, nel ”battere” e nel “pungere”. Il Bastone lungo (Chang Kun) è alto da terra fino alla punta delle dita di un braccio disteso in alto, il suo uso principale era quello di disarcionare i cavalieri, per effettuare questo attacco, il guerriero a terra, colpiva il cavaliere usando la parte terminale del bastone lungo, mirando all'arma o al corpo dello stesso.
Il Bastone medio con snodo (Shao Kun) era la variante del Kun, questo bastone aveva una catena sulla sommità, con attaccato un bastone corto, e nell'utilizzo, a causa del contraccolpo girava vorticosamente annodandosi intorno all'arma o alle braccia del cavaliere. La lunghezza della catena era variabile a seconda di quanto si voleva enfatizzare l'uso descritto. Con una catena piu' lunga era piu' facile disarcionare un cavaliere, ma ogni altro uso era reso piu' difficoltoso. Invece con una catena piu' corta era possibile usare lo Shao Kun come un Kun, attribuendogli in piu' la facolta' di colpire ulteriormente con la parte mobile.
L’arte del bastone è forse la più famosa tra quelle praticate al tempio Shaolin, il bastone era l’arma preferita dai monaci i quali raramente, al di fuori del Tempio se ne separavano. La tecnica di Shaolin "Kun" sarebbe apparsa nel quattordicesimo secolo, nel corso della rivolta che mise fine alla dinastia Yuan. La leggenda narra che, il Tempio stava per essere attaccato dagli insorti, quando l’apparizione di un monaco armato di un attizzatoio di ferro e posseduto dalla divinità Jinnaluo Wang li fece disperdere. Questa leggenda potrebbe essere un elegante stratagemma per creare un alone mitico che proteggesse il tempio da attacchi.
IL BASTONE IN ITALIA
In Italia intorno all’anno 1200 d.C. fa le sue “prime mosse” quella che sarà l’unica arte marziale sviluppatasi in Italia e forse anche una delle più antiche d’Europa.
Il bastone è lungo circa 1,20 metri, ed è ricavato da legno d’ulivo, arancio amaro, sorbo o dalla rossella, raccolto in precisi periodi dell’anno. La lavorazione prosegue ed il bastone è trattato e passato al fuoco per essere pulito, raddrizzato e asciugato.
Lo strumento finale è molto leggero ed al contempo resistentissimo ai colpi più duri, anche se sbattuto violentemente sul cemento. Esso può avere dei noduli molto consistenti che sono utilizzati per fratturare la zona ossea colpita in piccoli punti specifici.
Il bastone per essere ultimato, era messo a stagionare per un certo periodo sotto il chiaro di luna; una volta completo, un colpo ben assestato era capace di spezzare la lama di una spada. Una leggenda narra del viaggio di un Re, la cui scorta fu attaccata da un’orda di banditi, mentre si trovava in una zona impervia della Sicilia; proprio quando la guardia reale stava per avere la peggio, ecco che scende dai monti un pastore armato di bastone, che sbaraglia e mette in fuga gli assalitori.
Questa disciplina di combattimento è stata da sempre utilizzata da contadini e da pastori come strumento di lavoro e come arma di difesa contro occasionali assalitori, o animali selvaggi. Inizialmente non esisteva una tecnica ben definita, che andò delineandosi nel 1600 e fu da subito utilizzata nei duelli d’onore tra pastori o contadini, ma spesso coinvolgeva anche ricchi proprietari terrieri, affascinati da questa nuova arte sia perché permetteva di difendersi da un coltello, sia per semplici scommesse.Poi, con l'avvento delle armi da fuoco, la funzione di difesa del bastone venne a mancare, ma restò il suo impiego nei duelli d'onore. Oggi il bastone è presente soprattutto nella Sicilia orientale, a livello di arte tramandata da padre in figlio, da amico ad amico, sui monti e nei luoghi scarsamente popolati, dove ancora i giovani non sono distratti dai problemi della società industriale
Nella arti marziali è fondamentale imparare a respirare in modo corretto, in questo modo si riesce ad utilizzare l'energia interna con la quale si possono ottenere risultati stupefacenti.
In situazioni particolari, ad esempio quando la nostra vita è in pericolo oppure in un attacco di pazzia, riusciamo a sviluppare una forza sorprendente che assolutamente non ha nulla a che vedere con il nostro sviluppo fisico e muscolare, questa è l'energia interna.
Scopo delle arti marziali è imparare a concentrare, guidare ed utilizzare l'energia interna chiamata Ch'i, mantenendoci lucidi e coscienti, che è strettamente legata alla respirazione.
Secondo le credenze degli antichi maestri cinesi durante la respirazione l'aria non solo cede al corpo ossigeno, ma anche il Ch'i, ed esso nel corpo umano percorre determinati canali, e se opportunamente addestrata la mente dell'uomo può attivarlo e dirigerlo come crede.
Per imparare ad utilizzare il Ch'i è indispensabile che un maestro vero insegni la tecnica all'allievo ed è una pratica che và applicata in modo costante e giornaliero e può durare molti anni.
La respirazione
I ritmi che animano l'organismo umano sono molti, ma i più importanti sono il ritmo cardiaco e la respirazione. Le emozioni possono alterare questi ritmi, ma se sul cuore è difficile intervenire, sulla respirazione possiamo effettuare un certo controllo. Un emozione violenta accellera il nostro battito cardiaco e la frequenza della respirazione, siccome essi sono collegati tra di loro, se riusciamo a controllare la respirazione di conseguenza anche il cuore rallenterà i suoi battiti, rendendoci possibile controllare le emozioni.
La nostra respirazione deve essere in sintonia con i movimenti del corpo, in questo modo essi saranno naturali, armoniosi, fluidi e coordinati.
Le due fasi della respirazione seguono una logica, nell'inspirazione carichiamo il nostro organismo di energia, mentre nella fase di espirazione utilizziamo e canalizziamo questa energia.
Respirazione addominale e respirazione diaframmatica
Vediamo ora come funziona la respirazione, le parti interessate sono due, il torace e l'addome, divisi da una membrana che si chiama diaframma. Normalmente le persone utilizzano la respirazione toracica, in cui si allarga il torace riempiendo i polmoni di aria nella fase di inspirazione e si comprime il torace nella fase in cui l'aria viene spinta fuori, cioè l'espirazione.
Nella respirazione diaframmatica non c'è un movimento della cassa toracica, ma si inspira abbassnado il diaframma con una conseguente espansione dell'addome, è importante che i muscoli siano rilassati, nella fase di espirazione invece l'addome si ritira e l'aria esce. In questa fase di movimento del diaframma si sposta il centro del movimento respiratorio dal torace al centro del ventre, quel punto che i cinesi chiamano Tan T'ien che corrisponde al baricentro del corpo umano. Questo movimento differente da quello toracico permette di far circolare una quantità d'aria maggiore, permettendoci quindi di caricarci di più energia, inoltre la respirazione diaframmatica permette di raggiungere con l'ossigeno degli alveoli polmonari che con la respirazione toracica non si raggiungerebbero.
I cinesi conoscono da migliaia di anni l'importanza della respirazione addominale profonda. Il filosofo taoista Chuang Tzu vissuto nel quarto secolo a.c. ha scritto:"Il vero uomo respira con i talloni, l'uomo dappoco con la gola".
La respirazione nelle arti marziali
Nella pratica della arti marziali si utilizza una leggera modifica nella respirazione addominale. Ecco il ciclo respiratorio: Inspirazione: i muscoli addominali sono decontratti e il ventre si dilata Espirazione: i muscoli addominali vengono contratti Tempo morto: i muscoli addominali vengono decontratti e il ventre rientra Non bisogna mai espirare totalmente ma è opportuno conservare una riserva di circa il 30% dell'aria, serve per difendersi nel caso di un attacco durante la fase finale dell'espirazione.
Il tempo morto è il momento in cui si è più vulnerabili, per questo motivo bisogna imparare a rendere impercettibili i movimenti dell'addome. Nelle fasi iniziali di un combattimento i contendenti rimango immobili, per studiare la respirazione dell'avversario. Nella pratica della arti marziali è importante collegare i movimenti alla respirazione, che deve sempre essere mantenuta profonda, calma e regolare.
Poco per volta e sempre sotto la guida di un vero maestro si può arrivare a visualizzare nella nostra mente lo scorrere dell'energia interna nel nostro corpo, e imparare a canalizzarla dove serve. La corretta tecnica respiratoria, la meditazione e la pratica delle arti marziali (in particolare del Tai Chi Chuan) ci aiuteranno ad ottenere un abbondante flusso di energia, e ci insegneranno ad utilizzarlo nelle tecniche di difesa e attacco.
Gli ultimi dati Istat sulle aggressioni femminili sono sconcertanti!
In Italia circa 100.000 donne dai 15 ai 60, negli ultimi 3 anni, hanno subito molestie o violenze sessuali.
Inoltre, la maggiore parte di queste vittime non sono state in grado di reagire d’innanzi ad un’ aggressione fisica!
Ciò che emerge ancora più significativamente da questi dati è che nel nostro paese, nonostante una certa emancipazione e libertà di pensiero, nelle donne manca la cultura della difesa personale.
Molte donne, sbagliando, credono che praticare un arte marziale o un sistema di difesa personale sia solo appannaggio del “maschio”: queste sono convinte che a loro non possa mai capitare di trovarsi in una di queste situazioni dove spesso c’è in gioco anche la vita (sfortunatamente la cronaca nera recente insegna).
Purtroppo quando qualche donna diventa vittima di queste aggressioni diviene per la collettività solo un “dato statistico” e quei problemi psicologici che dovrà affrontare per tutta la sua vita, allo scopo di superare questo tipo di trauma, a nessuno più interessano.
Fortunatamente, oggi, sono sempre di più le donne che indossano guantoni, che praticano arti marziali e si iscrivono ai corsi di difesa personale, ma nonostante tutto ciò la percentuale, rispetto agli altri paesi europei, è ancora esigua.
Le donne italiane credono che praticando un’ marte marziale possono perdere la loro sensualità o possono diventare dei “maschiacci”, mentre è oramai assodato che le arti marziali danno armonia, equilibrio psicofisico e un tono muscolare completo e invidiabile da qualsiasi altra attività fisica.
Ma la difesa personale non è solo imparare a “colpire” bensì il metodo messo appunto dalla commissione tecnica della fesik di antiaggressione femminile, prevede, un iter formativo improntato in primis sulla prevenzione, cioè mettere in atto tutte quelle accortezze, tratte da situazioni realmente accadute, per tranne informazioni precise e dettagliate su come comportarsi per prevenire un’ eventuale aggressione.
Per questo motivo sempre più donne dello spettacolo, veline, attrici e cantanti si avvicinavano alle arti marziali o sport da combattimento e nello specifico al Krav Maga che proprio per la sua particolare origine ben si presta a questo fine.
Questi esempi di donne emancipate serviranno a smuovere le coscienze un po’ vetuste delle nostre donne?
Per problemi logistici abbiamo dovuto spostare il corso di antiaggressione femminile presso la palestra presso Corte Maddalena, via Pilla nr.53, Curtatone di Mantova, sempre alla stessa ora e stesso giorno, mercoledì 3 novembre.
Se provenite da Mantova passate il rondò del centro commerciale il Gigante direzione Grazie, passate i 4 venti, passate l'incrocio che vi trovate subito dopo a sinistra, e dopo circa trecento metri in corrispondenza del cartello BOSH SERVICE girate nella stradina a sinistra e proseguendo per 200 metri troverete la corte ove all'interno vi è la palestra. Per ulteriori informazioni potete chiamarmi al 3313698208.
Il tipico calcio maegeri che si esegue nel karate okinawense è tecnicamente molto diverso dal calcio frontale delle altre discipline: in molte discipline marziali o sport da combattimento il calcio frontale è inteso come “calcio di sbarramento” e non invece,come avviene nel karate tradizionale,come tecnica di percussione.
La differenza tra questi due diversi metodi di eseguire il calcio frontale è sostanziale e rende più o meno efficace il calcio.
Nel calcio inteso come azione di spinta o sbarramento l’arto che esegue il calcio viene “bloccato” divenendo un pezzo unico che esercita un’azione di contraposizione e di spinta tra noi e il bersaglio,questa tecnica viene quasi sempre eseguita con l’intera pianta del piede che andrà a colpire il bersaglio con una azione, appunto, di spinta. Nel karate tradizionale,invece, il calcio maegeri, per ottenere la massima efficacia, viene eseguito tenendo conto e rispettando il concetto del “tripendolo” che le articolazioni del nostro corpo ci mettono a disposizione. Nel primo modo di eseguire il calcio si perdono le accelerazioni date dalle tre articolazioni coinvolte nel calcio: caviglia, ginocchio e anca,inoltre il calcio segue quasi una linea retta perdendo buona parte della sua energia. Nel secondo caso, invece, lo spostamento in avanti del bacino e della spina dorsale è simile all’azione della camminata tipica di una struttura a catena cinematica,come, appunto,quella della articolazioni inferiori del corpo umano.
Equilibrio e piede di sostegno
Il piede d’appoggio riveste un ruolo fondamentale nell’azione di spinta delle anche (ko shi no), per sfruttare appieno la spinta delle anche e della schiena è fondamentale che il piede d’appoggio sia fisso al suolo,durante l’esecuzione di caricamento del calcio, di estensione e di recupero non si apra:la sua leggera e fisiologica apertura deve avvenire nel momento in cui la gamba che ha calciato arriva al suolo. La partenza e l’arrivo del calcio devono corrispondere anche, in questa fase dinamica, ai punti più bassi del baricentro che per tale motivo, in questa fase, restituirà stabiltà all’intero corpo.
Nel momento di massima estensione del calcio, che non deve mai arrivare all’intera e completa escursione articolare del ginocchio,(ogni arto deve rimanere sempre leggermente flesso), l’anca del lato che esegue il maegeri è proiettata in avanti ed il braccio e la spalla opposta devono effettuare una oscillazione contraria,(come avviene nella normale camminata) in questo modo “il centro di massa” verrà sfruttato appieno e, in modo fisiologico, sarà lanciato verso il bersaglio scaricando la massima potenza.
A Mantova presso la palestra Dojo eleonora, sita in Via dei Toscani 3, si organizza dal mese di novembre un corso gratuito di antiaggressione - antistupro femminile, svolto da personale competente della Polizia di Stato e della Polizia Locale.
Il corso gratuito di antiaggressione - antistupro femminile che avrà inizio il 3 novembre, si articolerà in 4 lezioni che si effettueranno il mercoledì dalle 18.30 alle 20.00.
Le lezioni, sia pratiche che teoriche, hanno come tema la prevenzione e la repressione di ogni forma di minaccia.
Le lezioni ed il corso, vengono effettuatepresso la palestra dell'istituto Tecnico Agrario Statale Strozzi sito aMantova in via dei Toscani 3, di fronte alla Caserma militare San Martino.
E’ gradita una conferma.
Per informazioni scrivere all'indirizzo di posta elettronica: dojoeleonora@gmail.com oppure al nr. 3313698208
Attualmente i sistemi di difesa personale stanno riscontrando sempre più consensi, purtroppo la cronaca nera aiuta in tal senso.
A questo punto la difesa personale è diventata quasi una moda e, come tutte le mode, anche questa sta portando uno stravolgimento dettato da una crescente richiesta di mercato che autorizza tutti, indistintamente, a proporsi come grandi esperti e maestri di tali discipline.
A seguito di queste considerazioni molte organizzazioni , per potersi espandere velocemente, “elargiscono” diplomi e licenze d’insegnamento anche a candidati di scarsa esperienza, con il risultato di sminuire il valore del metodo che si insegna e soprattutto declassare anche l’impegno di seri professionisti che con grandi sacrifici si dedicano a diffondere questa pragmatica disciplina.
Gentili amici, siamo lieti di inviarvi tutte le informazioni necessarie per accogliervi al grande evento programmato per sabato 30 Ottobre 2010, a Castelgoffredo (Mantova, Italia), condotto da Eyal Yanilov. Per raggiungere Castelgoffredo(Mantova): con l’aereo potrete fare scalo all’aeroporto di Verona (Catullo) il quale dista circa 50 Km dal luogo dello stage, oppure aeroporto di Bergamo (Orio Al Serio) che dista circa 90 km . Per quanti arriveranno dall’autostrada : da Bologna, o Venezia prendere A4 uscita Desenzano del Garda, seguire per Castelgoffredo (distanza circa 25 KM), per quanti arrivano direzione Parma, Piacenza e Milano uscire a Brescia est (Montichiari) poi seguire per Castiglione delle Stiviere , Castelgoffredo (distanza circa 20 Km). Vi ricordiamo che lo stage del sabato mattina e pomeriggio è aperto a tutti i livelli e federazioni, mentre la Domenica è riservato esclusivamente ai tesserati FESIK. Accoglienza: Il sabato (pausa pranzo) è previsto, in loco, un servizio di ristoro con bibite e panini (escluse dal costo dello stage), mentre il sabato sera, per quanti vorranno fermarsi a cena, abbiamo la possibilità, di offrire un primo, un secondo con contorno e bibita al costo di euro 20 a persona (si ricorda di prenotare la cena all’atto dell’invio delle iscrizioni). Pernottamento: abbiamo stipulato un convenzione con Hotel Ristorante “Il Roccolo”, che si trova a 500 metri dal palazzetto. Costi : Camera singola con colazione- euro 45 Camera doppia con colazione –euro 65 Camera tripla con colazione – euro 85
Attenzione: la prenotazione dello stage e della cena del sabato sera vanno inviate entro il 15 Ottobre a Ciro Varone, Mail c.varone@fesikselfdefense.org Mobile: +39348.5807661 fax +39030 962799 Mentre la prenotazione alberghiera dovrà essere inviata direttamente all’Hotel Indirizzo: Hotel Il Roccolo Via Svizzera, 9/B Castelgoffredo (Mantova) Tel. +390376771733 www.albergoilroccolo.it info@albergoilroccolo.it Cordialità Ciro Varone
I metodi o sistemi di difesa personale oggigiorno sono sempre più richiesti e, nonostante ciò diventa sempre più difficile stabilire quali siano “i più adatti” e tali scopi. Tuttavia diverse persone sono ancora convinte che uno stile, scuola o metodo sia superiore ad un altro, mentre non considerano il fatto che prima di qualsiasi stile viene “l’uomo” con il suo vissuto e con il suo “corredo genetico”, e solo in secondo luogo il tipo di “addestramento” o arte.
Riuscire a vincere il turbamento di trovarsi in un “conflitto- scontro” non è legato alla tecnica bensì alla capacità di sottrarsi o reagire opportunamente a tale situazione che non sempre, in questi casi, riusciamo a controllare; la predisposizione alla lotta, alla sofferenza fisica e alla sopportazione al dolore fisico e allo stress psicologico è anche dato dall’ambiente in cui siamo cresciuti, dove viviamo e alla circostanza del momento.
Un amico, cintura nera terzo dan di karate,un giorno mi raccontò che mentre era in automobile con a bordo il figlioletto di pochi mesi ebbe una discussione con due persone per un parcheggio: sceso dalla propria autovettura uno di questi lo colpì con un pugno al volto e poi entrambi gli avversari con calci e pugni; lui non riuscì ad avere nessuna reazione perché il suo pensiero era rivolto al figlio che era rimasto solo in macchina, una volta rialzatosi e portato a casa il bimbo ritornò alla ricerca di questi due aggressori che nel frattempo, si trovavano davanti ad un bar ed erano diventati tre: li affrontò e li lasciò a terra tutti senza che questi potessero resistere alla sua rabbia.
Pochissime persone possono assicurare di essersi trovati di fronte ad un’aggressione armata e esserne usciti vivi: nel 1600 il famoso pittore Caravaggio(Michelangelo Merisi) fu aggredito da un uomo armato di coltello e nonostante le diverse ferite accusate da questo scontro riuscì a disarmare e ad uccidere il suo aggressore, ciò avvenne non perché l’artista praticava un’arte marziale ma perché c’era in gioco la vita e lo stesso pittore era conosciuto come uomo decisamente irascibile e violento.
Da questo episodio, come da tanti altri ancora, si desume che in uno scontro non sarà mai solo la tecnica a vincere ma tanti altri fattori concorreranno alla riuscita, lottare per strada non è sicuramente come lottare per una coppa o una medaglia, la lotta sportiva è una scelta, difendersi per la vita è una necessità legata alla sopravvivenza; pertanto gli impulsi sono decisamente diversi: in una gara non uccideremmo mai il nostro avversario mentre per sopravvivere potremmo invece essere costretti a farlo, la guerra ne è l’esempio più lampante.
La scienza ci dice che sotto la nostra corteccia cerebrale due parti del cervello chiamate amigdala eludono i centri cerebrali superiori della corteccia per attivare un sistema emotivo del cervello (sistema limbico) che avvertendo una situazione di pericolo entrano in azione.
Dopo di che l'amigdala riceve ulteriori informazioni più precise che vanno a correggere quelle “istintive” e di conseguenza ci porta a raziocinare sulla reale situazione e a decidere sul da farsi ragionatamente.
L'amigdala è geneticamente programmata a rispondere ai cosiddetti stimoli “preparati”, come un attacco improvviso o un pericolo inaspettato perché la stessa fa parte del sistema emotivo del cervello e risponde geneticamente alla legge della sopravvivenza.
Come quando qualcuno inaspettatamente ci giunge alle spalle per farci uno scherzo: da prima la nostra reazione sarà guidata dall’amigdala che ci farà reagire a seconda della nostra “mappa genetica”, inibendoci oppure mobilitando la nostra aggressività, in secondo tempo entrerà in gioco la razionalità che ci farà capire, attraverso un supplemento di informazioni, che era solo uno scherzo fatto da un nostro conoscente e che non stiamo correndo nessun pericolo.
In questo secondo momento la corteccia è in grado di esercitare una sorta di controllo sulle nostre reazioni emotive controllate dall’amigdala che riceve segnagli più precisi dettati da un'analisi più attenta dei centri cerebrali superiori e ci riporta ad uno stato di tranquillità interiore e fisica.
Le reazioni di sopravvivenza si possono identificare attraverso la prossemica e i segnali “esterni” che il nostro corpo emana: la pelle d'oca, l'alterazione dei battiti del cuore, sudore a freddo; mentre altri segnali “interni” non visibili sono: la vista che si focalizza esclusivamente sull'oggetto del pericolo, l'udito che si “ovalizza”, sono avvisi di una attivazione delle nostre paure ataviche e l'istinto di sopravvivenza ci dice “scappa o lotta”.
Tali sensazioni sono state innescate dalla linea diretta tra i nostri sensi e l'amigdala, queste sensazioni particolari vengono anche chiamate “effetto tunnel”.
Questo “effetto tunnel” è un condizionamento dettato dalla necessità di difesa programmata geneticamente dalla nostra specie per sopravvivere alla selezione naturale della vita.
Secondo il professor Ian Robertson ciò accade perché il nostro cervello è stato modificato dall'associazione nel tempo da due eventi. Uno è dato dalle cellule che si attivano e si legano tra loro, l’altro invece, ogni singolo giorno della nostra vita il cervello viene plasmato e scolpito dall'esperienza in questo modo, senza che noi siamo consapevoli.
L'allenamento alla difesa personale o allo scontro “totale” ha l'effetto di sollecitare le connessioni tra la corteccia e l'amigdala che sono costrette a rispondere allo stress psicologico che uno scontro improvviso, imprevedibile e cruento può causare; l'accumulo di esperienze di lotta devono servire a creare un substrato di conoscenze programmatiche indelebili che scolpiscono una parte del cervello dove la razionalità riveste un ruolo marginale ma predominante a livello di istintività e riflesso assoluto.
Robertson assicura che alcuni tipi di apprendimento “occulti” sortiscono un effetto migliore se l'individuo non è consapevole; il cervello primario può essere programmato senza alcuna memoria consapevole e in questo caso l'amigdala è condizionata dall'esperienza vissuta inconsapevolmente, pertanto si ritiene che il miglior metodo di difesa personale è sicuramente quello improntato su questi principi.
Ciro Varone
Difesa militare e civile
In alcuni ambienti militari e civili hanno applicato alle “antiche strategie” sistemi moderni di addestramento; includendo alla pratica fisica la psicologia del confronto, la prossemica, studiando e analizzando tutti quei segnali che il corpo umano emana per la gestione del suo spazio vitale e quali sono i comportamenti e le tecniche più appropriate per uscire da situazioni di reale pericolo.
Per avvicinarsi e ricreare il più possibile le situazioni di lotta urbana alcuni metodi moderni di autodifesa si sono rivolti anche alle moderne tecnologie militari applicate negli ambienti e scenari ad alto rischio, quella branca della scienza militare dove, per mezzo di percorsi particolari, come la stanza di Ames , l’allenamento in acqua, in ambienti semi bui, con maschere che impediscono la normale respirazione, si lavora sulla psiche e sul soma per “aggiogare” le paure ataviche proprie dell’essere umano e prepararsi a ricevere attacchi al sistema sensoriale cercando di attivare una reazione più appropriata possibile alla situazione di pericolo.
Conclusioni:
Apprendere la tecnica di difesa personale non è “cosa facile” nè tanto meno un gioco: bisogna essere disposti a “ferire e ad essere feriti”, bisogna conoscersi nel carattere e essere in grado, nella necessità, “di valicare i limiti imposti dalla educazione civile ricevuta”.
Questa attitudine agisce sullo stato di “autoconservazione” che fa superare il “panico di non farcela a mantenere il controllo di sé ”, aumentando la capacità di resistere ad un evento “stressante” come potrebbe essere uno scontro per la sopravvivenza o la difesa di una terza persona.
Tralasciando il perbenismo che ammanta la civiltà moderna, che cela l’aggressività con un falso moralismo, sintomo, a mio avviso, di un vacillante lassismo e di una “aggressività deviata”, e analizzando cinicamente il problema della difesa personale possiamo, in un certo senso, affermare che lottare per la propria vita rappresenta l’istinto di sopravvivenza più forte e primordiale insito in ogni essere vivente, pertanto, in un tale evento, esiste l’esigenza di neutralizzare nel più breve tempo possibile e in modo efficace e definitivo l’oppositore sfruttando questo nostro impulso naturale che, però, attraverso l’allenamento serio e costante, viene continuamente rivisto, modificato e adattato alle continue e moderne esigenze. Jigoro Kano diceva: “ l’obiettivo della difesa personale è raggiungere il miglior risultato con il minor sforzo possibile”.
Oggi la nostra società ha delegato allo Stato il compito di difenderci e tutelarci, cosa buona e saggia, peccato che quando un uomo, una donna o un bambino vengono attaccati, le forze dell’ordine arrivano sempre un’ attimo dopo che il delitto è stato consumato!
Si può tentare di fare illazioni su alcune risposte, più o meno plausibili, sul tema di “sport, arte marziale, filosofia e difesa personale”, ragionando al contrario:se un uomo si allena per svago o per vincere un coppa facilitato da un “contesto ambientale modellizzato”, cioè creato ad hoc, dove l’aggressività e la violenza si esternano attraverso un codice comportamentale, o precise regole sportive questi principi possono venire applicati, o meglio, sono in grado, in una circostanza diversa dal dojo, di rispondere alle necessità della difesa personale che non rispetta queste regole?
La filosofia o meglio il “pensiero orientale” legato alla pratica marziale, la quale si intreccia con la cultura, la filosofia e la storia di un popolo, può in certi frangenti “ divenire un’arma di difesa solamente rinunciando allo scontro fisico?”, oppure il prevaricatore infuriato l’unico “linguaggio” che conosce è una risposta violenta e risoluta che lo faccia desistere dal suo intento?
La volontà di vivere in pace con gli altri e di rispettarne la libertà d’azione e di pensiero è ragione sufficiente per “evitare” possibili aggressioni in un contesto qual’ è quello attuale, o forse come capita nel mondo animale l’unica vera dissuasione è la determinazione alla difesa che mette il nostro aggressore in fuga o in condizione di rinuncia?
Quanto l’autodeterminazione personale coincide con la possibilità di “evocare la legittima difesa” qualora per i motivi su riportati si debba ricorrere all’uso della forza, e ancora, fino a che punto l’uso di questa è ragionevole e in che misura e circostanza debba essere applicata? Difendersi non è uguale a gareggiare, poiché nella prima situazione spesso la “dissuasione” non basta per evitare un attacco, occorre combattere e uscirne vincitore, attenzione, non indenne come da un combattimento sportivo ma solo vittorioso e vivo.
Da lunedì 4 ottobre gli allenamenti del Dojo Eleonora, si svolgeranno presso la palestra dell'istituto Tecnico Agrario Statale Strozzi sito a Mantova in via dei Toscani 3, di fronte alla Caserma militare San Martino.
Gli orari e i giorni rimarranno invariati: il LUNEDI, il MERCOLEDI e il VENERDI sempre dalle 20 alle 21.30.